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Lunedì, Dicembre 17, 2018
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Mastru Predischedda Mastru Predischedda Un disegno di Francesco Congiu Pes

Indice

frate sole 01 copertina Copertina e Premessa

Sul finire degli anni '80, un amico mi mostrò un libretto che raccontava delle storie di alcuni signori che andavano in giro per Nuoro ad assaggiare vini e vivere insieme dei momenti di irrispettosa convivialità.

La cosa mi affascinò e, vista l'unicità del libretto (mi risultava impossibile trovarlo in libreria), lo chiesi in prestito per fare alcune fotocopie. Dopo averlo fotocopiato e letto, il libretto finì, per alcuni decenni, nei più bassi ripiani di un cassetto di qualche comodino sperduto in camera da letto. Una banale giornata di (presunta) operazione di "ordine e pulizia" lo ha riportato alla luce e fra le mie mani. Il fascino rimane immutato, il mio percorso di nuoresizzazione si è ampiamente concluso, non restava che fare qualcosa per rendere disponibile il libretto.

Premetto che non ne conosco la diffusione cartacea (non escludo che tutti i nuoresi ne abbiano una o più copie in casa), come non escludo che in rete lo si possa trovare (le mie ricerche in tal senso sono andate a vuoto); in ogni caso... Mi è venuto in mente di sfruttare il web per pubblicarne il contenuto. E' servito un lavoro abbastanza lungo, un doppio lavoro che possiamo chiamare di "digitalizzazione" e "digitazione", in pratica trasformare un testo cartaceo in digitale attraverso la scrittura su tastiera di tutto il testo. Un motivo in più per rileggere il libretto :-)

Un altro aspetto che ho cercato di curare al massimo è quello mantenere, rispetto al volumetto in mio possesso, la stessa dimensione delle pagine, sia nella numerazione, sia nella dimensione del testo, finchè è stato possibile. Questo è il mio piccolo omaggio a Nuoro, a Mastru Predischedda, al pittore Francesco Congiu Pes e a Menotti Gallisay che ha scritto il volumetto.

Avendolo digitato manualmente possono essere presenti degli errori che prego i lettori (eventuali) di segnalarmi per la correzione. Buona lettura a tutti!!

Massimo Zara

 


Menotti Gallisay

I VINI DI NUORO:

"Frate Sole" e i Sette Fratelli

 1927

Stabilimento tipografico Francesco Rocco
Pola

Al lettore

Affinchè qualcuno non si inacidisca e trovi quantomeno il pelo nell'uovo leggendo le notizie da me scritte intorno al nostro protagonista, ed assuma subito uno spirito critico come suole avvenire -- chè il chiacchierare è sempre una cosa più facile di quel che sia l'accingersi a compiere un qualsiasi lavoro -- diciamo, per mettere le cose a posto e prima che si cominci, che ,,Frate Sole" (al secolo Predischedda o Francesco Ganga - Cucca com'egli si firmava), conosceva l'intelaiatura di questo nostro bozzetto, e se ne compiaque, come potremo diversamente, e coi documenti alla mano dimostrare.
Se poi ci fossero, per altra via, dei punti scabrosi; risaputo che tutti gli uomini d'ingegno se la fecero sempre e volentieri col vino, dai più ai meno celebri, e come qui stesso si può vedere, noi, che con sincerità abbiamo scritto una parte della sua vita -- la più importante -- diciamo d'averlo fatto, per poi poter dire di lui, come il lettore s'accorge, tutto il bene possibile.

Che se poi ci fosse qualch' altro che trovasse, non potendo dippiù, delle esagerazioni nel resto e nelle lodi, non mi rimane dico che svolgere al riguardo di cotali intransigenti -- lasciandola per meglio intenderci nella penna -- un'azione di fervido compatimento, compiangendo, poichè ci siamo, tutti coloro che -- censori istitutori od aristarchi -- vissuti nel mondo della luna per altre insignificantissime cose, non potranno mai assurgere, d'una sola linea termometrica, verso il campo ideale dell'arte e dei sospirati e veri sogni della vita. Cosa di cui lo stesso Frate Sole, modestamente ma ardentemente era un appassionato cultore.
Neppure ciò che dicemmo sul "Gelso Fiorito" potrà offendere chicchessia: le parole sono prettamente sue e da lui pronunziate; per cui ogni commento su ciò -- disgraziatissimo sempre -- non farebbe altro -- ammesso lo scherzo ed il tratto di spirito -- che suonare rampogna al suo nome e a quella sua natura così svegliata e così superbamente geniale.

Colto all'ultim'ora ed a tavola nella riuscitissima vignetta del pittore Congiu-Pes, ch'è l'uomo che illustra oggi ed anima col suo vero ed accertato valore la Sardegna, non si potrà neppur dire --- avvicinandone le figure -- che rassomigli lontanamente -- in questa nostra produzione -- a quel tal "frate briaco inserto nel lavacro dell'abbazia di Bocheville, ghignante col bicchiere in mano in barba alla comunità"!
E' tutta un'altra cosa!
Ed affermato pertanto che Predischedda o Frate Sole era un uomo siffatto, che non ritornerà neppure in ispirito sotto il cielo di Nuoro e fra i molti pigmei, dico solo, a conclusione di questo nostro proemio, che se si dovesse scrivere di lui un qualche ricorso sul marmo (cosa di cui egli però farebbe a meno fra le moderne ventate degli elogi), si dovrebbe scolpire soltanto questo pensiero, senza troppe parole od ampollosità: visse ridendo per la morte, e morì nel pianto più sconsolato, da solo, nel silenzio, per una vera e più giusta vita!

L'AUTORE


L'Esaltazione dei vini di Nuoro

A Nuoro, non appena giunge il suo tempo, prima cioè di entrare nell'inverno e mentre si va colle costellazioni verso il tramonto delle Pleiadi; (ma già ogni paese ha le sue abitudini che conserva gelosamente nè muterebbe per tutto l'oro del mondo), i nostri uomini, specie coloro che pur sentano apparentemente il freddo, si riuniscono a frottarelle di cinque o di sei e magari di otto o di dieci, e così imbaccucati, proprio per quel freddo che si fa presentire da queste nostre parti come in tutti i paesi di montagna, vanno qua e là determinatamente a zonzo, a cercare come si direbbe una nuova terra dove poter ammazzare un'ora e passare allegramente insieme le uggiose serate.

Nè vanno più; come andavano un tempo, attorno alle vecchie bettole dei vini d'Ogliastra e del Campidano; ma uniti od alla spicciolata, oppure in linea indiana come se si fossero organizzati per una qualche congiura o il compimento di un rito misterioso, si fermano con intelligenza là dove una frasca d'edera o di pungitopo, messa in cima ad un uscio recondito o fuori mano, annuncia la vendita del vino nero o rosso del paese;
di quello razzente in tutti i casi e che, pigiato ancora con i piedi come ai tempi di Noè, non fatto col bastone nè macchinato, vi imbelletta al primo sorso e vi inebria l'anima col solo profumo e con tutte le altre dolcezze e prerogative riservate al palato.

Oliena, ch'è il villaggio che si distende sotto il nostro sguardo, ed ha come tutti sanno il miglior vino del mondo, non desta più ora – proprio ora – alcunissima invidia per noi: se il suo vino è forte, forte come la terra vulcanica che lo produce, ed ebbe a suo tempo l'onore di essere celebrato da Gabriele D'Annunzio in un suo editoriale pubblicato moli anni fa nel Corriere della Sera, ed in cui il poeta faceva una bellissima e degna apologia ad una “sbornia quadriduana” presa da lui sul sito in compagnia di Cesare Pascarella e Scarfoglio (cosa della quale gli abitanti non seppero mai trar profitto), non si rinuncia peranco a quei nostri rotondetti e lisci, incantevolmente spumeggianti: di fronte a quello là che ha il primato... ch'è poderoso e s'impone come un re della terra, si resta tuttavia indifferenti.


Però, come ben si capisce, bisogna essere giovani per poter così intraprendere, colle ormai note brigatelle del bicchiere, l'anzidetta via crucis alla ricerca delle cosidette chiese.

Oliena (Congiu Pes)

Posso dirvi allora, a conferma di quanto oggi ne scrivo, che avvenga la cosa sotto la neve oppure sotto l'imperversare della pioggia o del vento, dimentichereste tosto, entrati in quel turbine, anche a volerli ricordare di proposito e con amara carezza, tutti i tristi pensieri... Persino quelli più forti e più e più gravi!...
Ma che cosa è mai la tristezza davanti a un vino che scintilla come il nostro (e qui scintilla davvero come il tabacco di contrabbando messo al fuoco), offertovi da due occhi che superbamente vi sorridono e v'incendiano? Che vi apprendono, mentre sognate o state svegli e pensate, la delizia del vivere e del godere?... Ed è precisamente qui, allorchè una nube vi funesta, vi angoscia o vi attraversa comunque l'anima colla minaccia di sopprimervi o schiantarvi, che vi torna in mente come una benedizione e una provvidenza, il famoso papaliter, l'aedamus cioé et il bibamusa cras enim moriemur di Benedetto XII!

Vini dunque d'incanto e di bellezza sono questi nostri; per loro mezzo soltanto, avvicinandoli alla bocca o fiutandoli, giacché non hanno essi alcuna figurazione simbolica ma una realtà costante, possiamo rivivere nell'estasi del passato e diventare d'un subito – se non lo fossimo mai stati – uomini forti ed agguerriti, disposti dico al sacrificio dell'amore; ma di quell'amore, intendiamoci, che non entra in petto né si comprende ove manchi od esuli per intero l'allucinazione desiderata: quella cioè che proviene dal nettare che serpe fluidamente come linfa ed estrema e poetica dolcezza per le vene.
La donna di Nuoro è magnifica e squisita come ilo suo vino; ma giustappunto per questo, e perchè nata in una terra di granito e di fuoco, non saprebbe amarvi nè concepirvi menomamente se prima non le avrete dato in compenso la prova di sapere fortemente amare come va fatto il paese della forza e del pensiero dedicandovi – almeno per un'ora – ma sempre intieramente e devotamente, alla passione e al godimento di quell'altro altare.


Chi infatti saprebbe rinunciare ad esempio, senza offendere la propria dignità, ai vini di Burchiello e di Peppedda Faragone? A quelli somministrativi un tempo da Bannedda 'e Simone, la quale vi attirava, oltre che col dolce liquore ed irresistibilmente, cogli occhi che s'illuminavano d'azzurro e languivano poi dopo nell'aria come un canto ed una poesia delle tanche?! Luchia Boe, Predu Satta, Jubannantoni Soru, Giovanni Rossi il falegname, e Careddeddu l'estremissimo ed il rauco d'Irillai, si trovano è vero fuori dal centro... Nel suburbio voglio dire di San Pietro... Ebbene ad onta di tutto ciò bisogna andarli a trovare; e ci si va infatti come ad una festa... Nè la meta riesce inutile come si comprende; qui come altrove, accanto al focolare vestalico ed alle famiglie riunite intorno, riscontriamo gli stessi trasparentissimi vini che vi colpiscono ed ammaliano... gli stessi suoni di campana nonché gl'identici soporosi ed inondanti profumi...

Per la qual cosa, spillando dappertutto il vino con tripudio ed immensa ricchezza – ricchezza anche quando questa non vi sia realmente e ne intralcino in questo o in quel modo le discordie dell’annata – vi sentite – presi tutti dalla voluttà e dal piacere – rinnovare miracolosamente il sangue. Bevendolo o centellinandolo come usa, mentre vi dà a mano a mano la vita e vi sorprende spesso e più in là accartocciata sulla brace un’orecchia di maiale o qualcosa d’altro, vi pare – e l’illusione è completa – di sentire sotto i piedi – ribollente – la vallata di Marreri o la calura di Su Grumene o di Baddemanna.
Spesso spesso è il zeffiro e l’olezzo di Badde ‘e Tùrture: i lezii di questo territorio, sprigionandosi in essenza con tutti gli aròmati, fanno sì – né vi è alcuno che possa disconoscerlo – che quel vino vinca gloriosamente e con buon nome tutti gli altri del genere.
Anche Peppedda Faragone (chi potrebbe dimenticarla?) colla chiostra de’ suoi denti – mandorle sgusciate allora allora, come ben disse offrendoci una tale similitudine un valoroso scrittore di cose sarde – vi schiude da sola, in grazia a quel suo liquore ed eterno sorriso – sorriso che non tramonta e che par ridere sempre e perfino nel sonno – il canto della fertilità e della pingue vendemmia.

Ah! Sì! È tutta una verità ed un credo! Onde, prima che venga a Frate Sole ed ai suoi Sette fratelli, lasciatemi pensare come so e voglio…; poi, se lo crederete del caso, auguratemi pure la morte…: avrò vissuto abbastanza!
Or non è più… ma una volta (quanti anni sono ormai trascorsi!), in una casa e stradetta di pietra, proprio vicino a quella bitata un tempo dai banditi: sito dove si sbacchiavano gli usci dirimpetto e che il Bechi percirse insieme al Faralli la notte di san Bartolomeo, si


notava anche qui esposto, ad un onesto uscio rusticano, un trofeo sempre verde. Ebbene, trovato quel luogo e dato l’annunzio della primizia alle consapute schiere, si andava tutti colà a ricevere a gara il sacro battesimo e l’olio santo della vita!…
Quella casa benedetta, pur non essendovi più quel suo vino ch’era allora il migliore, sussiste sebbene trasformata in parte: di essa si conserva ancora un fondaco – quello stesso - ; ed io credo che la forza dei ricordi – quello soltanto – ne abbia impedito la completa demolizione od atterramento in quest’aristocratica e qualche volta antiestetica febbre del nuovo.
Vivevano allora – non occorre ripeterlo – delle compagnie così allegre che, alternandosi ininterrottamente o cedendo il posto le une alle altre, se pure fuse insieme non si univano simpaticamente in lega o corporazioni, occupavano a quel modo – non a quel modo soltanto – il loro tempo. Epperò, entrati ed affacciati appena su quella soglia, sotto una catasta di legna che serviva di tettoia ed arco all’ingresso, si vedeva allora, fra le tante malìe che ne attiravano, un guizzo d’anima, una bellezza di fanciulla oggi tramontata, ma di cui resta sempre vivo e carissimo, benchè lontano, il ricordo!
La chiamavano tutti, con voce dialettale, Jubannedda ‘e zia Jubannamissenta; e codesta vergine che assisteva là dentro cogli occhi sempre bassi e con un’abbozzatura di sorriso ineffabilmente pudico, si avvicinava essa stessa da sola, difesa esclusivamente dal rispetto che ne infondeva il suo candore, a quella fonte di sovrumana beatitudine, di cui era modestamente, con un certo tralucente orgoglio la dispensiera.
Quindi, lasciandone soli dopo averne serviti (non soli veramente, ma cogli sprazzi di quella luce che durava lei assente nel vuoto della stanza e del cortile, chè non tutto trasportava con sé la sua bellezza), riprendeva vicino al fuoco, sotto l’incannuciata nera, nella cucina che si riempiva tosto e nuovamente di tutto il suo respiro, la rocca bianca ed il fuso. Con questo alacre e diuturno lavoro, non più continuato né ripetuto oggi, la fanciulla dei nostri tempi – la quale ben potrebbe servire d’esempio a tutte quelle che seguendo spudoratamente la moda schifano l’orbace e la benda – accudiva, come certe regine descritte nei romanzi fiamminghi, a tutte le facecnde della casa e al resto.
Quegli anni non ritorneranno mai più come ho già detto; eppure quel quadro rimane e rimarrà vivo e indelebile nel tempo, senza che il tempo, il quale logora facilmente ogni cosa, possa in alcun modo facilmente distruggerlo.
Dunque e sempre il vino che, messa la frasca diodisiaca all’uscio, ci richiama al passato con una gradita e brillante associazione d’idee.



Frate Sole al convento.
Ma eccoci giunti, senza neppure accorgercene, alla storia vera e propria, a quella cioè che maggiormente c’interessa e ci preme, e che per molti rilievi strettamente attinenti alle cose dette, scaturisce anche, per quanto ci sembra, spontanea.

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Uscendo una sera dalle tane dell’ex convento, dove il Comune di Nuoro aveva allora confinato la scuola elementare, condannando così e come nulla un migliaio di bambini a marcire là dentro, Frate Sole, intabarrato più che mai per il freddo improvviso e la temperatura abbassata; coperta la testa del suo largo cappuccio donde usciva il grugno ed il pizzo scalcagnato in corrispondenza ai baffi ed alle sopracciglia, nonché ai greppi densi ed inesplorati degli occhi, attendeva da solo, appié d'una colonna e croce gigliata di granito — scomparsa anch'essa né più esistente oggi, ma che si poteva benissimo rassomigliare a quell’ altra di san Dionigi descritta dal Manzoni — i suoi carissimi confratelli; i quali, non arrischiandosi a causa del tempo d‘uscire all’ aperto, s'indugiavano nei corridoi e negli antri.

ll tempo infatti si rannuvolava di fuori, tantochè cominciava a soffiare dall’alto ed in vera tormenta il nevischio: la neve che, cadendo e sfaldandosi poi abbondantemente, non tardò ad imbiancare in un attimo la strada ed il resto. Voltando qui ed ogni tanto le spalle con una smorfia ed un senso di molestia, quando se la sentiva posar fredda ed altrettanto leggera sul viso e sulle fratte, tossicchiava impaziente tra sè e sè, come se recitasse un rosario od un salmo; e lì stesso, volendo introspettivamente bilanciarsi intorno alla spesa che avrebbe incontrato per suo conto quella sera, guardava alla sfuggita, arricciando contemporaneamente la bocca e il naso e perfino l’occhio, l’ orizzonte in combustione: quell’orizzonte che la mandava giù come se l’avesse fatta espressamente per lui. Qualche volta, a spurgo maturo, parando dinanzi a sé e robustamente e come una corazza il petto immacolato,


cacciava fuori un’espettorazione di conforto... scrosciante... tutta sua; la quale andava poi a perdersi, come il fuoco nell'acqua, tra gli strati benigni della neve…
Ma quando si vide poscia comparire la tardigrada compagnia degli amici, i quali già lo contemplavano e se lo godevano non visti, si sbrogliò improvvisamente come se dovesse correre all’assalto; indi, carezzata con soddisfazione quella sua barba malagevole e per pù ragioni umidiccia; richiamato di nuovo e per un’abitudine dei bronchi malfoderati un altro insulto di tosse non scarlattina; puntato avanti - e questa volta sul serio - il suo forte e bel bastone di ciliegio, di cui soleva far uso nelle grandi occasioni come d’una clava, drizzò, prendendolo per il manico ritorto, quasiché ci fosse tra lui e gli altri una preventiva intesa, la prua verso il vagheggiato viaggio.

Cosi, senza consultare od avvertire i compagni, ché tutto riteneva sottinteso e stabilito in siffatte casualità e circo- stanze, aveva da solo, quale un meritore competentissimo in materia, deciso e fissato l’itinerario da percorrere. Che i salmi cantati da lui finissero sempre in gloria, lo Si sapeva purtroppo; ma nessuno avrebbe mai immaginato dove si sarebbe andati a parare quella sera.
E qui fermatosi un’altra volta e di botto; seccato che quelli si mostrassero dubbiosi ancora e nicchiassero: A nobu bor beniti, oh! - disse - sferzandoli con una occhiata e come se avesse avuto avanti a sé ed in sottordine altrettanti frati minori da sculacciare e riprendere; i quali si fossero, senza un quid e capricciosamente fer- mati sulla strada, mentre urgeva altrove ed improroga- bilmente la loro presenza... Ed ecco perché egli, tenendo chiusi in petto la proposta e l’invito come cose e mo- nopolio suoi, si compiaceva, antecipatamente e da solo, pregustandone gli effetti per sè e per gli altri, come se avesse avuto un mandato più segreto da assolvere e non svelare, della mirifica sorpresa...

In cammino.

Pensato pertanto gli amici che in questo o quel modo e con quel tempo così affoscato e messo al brutto bisognava trovare un sito dove poter piantare le tende, lo seguirono nel punto stesso che, soddisfatto ora più che mai, torceva come al solito, vista risolta onorevolmente la questione, e come se mettesse con quel suo gesto la sabbia ad una tesi ingarbugliata e difficile nel complesso, la bocca ed il viso...
— E’ buono almeno codesto tuo vino ? — gli chiese intanto e maliziosamente qualcuno, spingendo avanti fino agli orecchi assiepati ed inselvatichiti la domanda; cercando così il modo — se pur ci riusciva — di metterlo con una curiosità i legittima e comunque in imbarazzo.


— No! non balet, no! Acriores ti piccata! E questa risposta così pronta e genuina, dov’ era contenuto un concetto artistico ed eloquente quanto mai; proferita prontamente da lui coll’aspirare colle sole froge l’aria purissima che lo circondava, risonò piena e magnifica verso e davanti la strada, quasichè gli allargasse da sola e sempre pù il godimento sospirato che si era ripromesso e proposto di assaporare...

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Cammina cammina dietro i suoi passi e le orme sbullettanti di quelle sue grosse scarpe (chè i sandali li riservava solo per la città e per l’estate); liberato ormai dalle torture di quella sua cella conventuale, dove soltanto gli perveniva di quando in quando un’abbondante scodella di Joghurt, e ciò in omaggio alla cura chemioterapica del dott. Vittadini di Milano, zampettava disincagliato come un ragazzo; indi, brandendo ogni tanto e per aria, con quella sua mano inanellata e a più doppi il bastone, come se volesse fare un'ultima carezza alla neve e al tempo tentatore, passò senz’altro al comico: a quella comicità ch'egli sapeva trattare esimiamente e da vero ed impeccabile artista.

Dimodoché, avvicinandosi ognora al luogo stabilito ed aumentando di conseguenza il buonumore ed il brio (non per richiamare in sè e negli altri un nuovo flusso di sangue di cui non avevan bisogno, ma solo perché volessero gli amici fare anche loro tacitamente e come lui aveva fatto i conti colla borsa), cercò di solleticarli il più possibile su un tal ordine di idee, senza però fargliene — e qui stava il segreto — cenno o parola.

Sicché, guardando da solo e con mille smorfie quelle sue scarpe nuove di corame, le quali sembravano uscire più lustre e non toccate dalla neve, canticchiava a spiano, fermandosi ogni poco: ,,Sos iscarpones non sunusos tuos, ca sunu anzenos e galu a pagare...“ E ricordando per necessità di cose il suo calzolaio consigliere comunale, mostrava compiacentemente agli amici quei suoi cimelii invidiati ed intangibili, ripetendo, col tirare un pochino il lembo della sottana e battendo allegramente le parole contro i denti stretti e le labbra che facevan giuochi (e si vedeva proprio in quel movimento un senso espresso


d’ imperiosa e rustica padronanza, giacché nessuno gli avrebbe potuto togliere dai piedi quelle scarpe se non che a completa consumazione) : ,,ca sunu anzenos e galu a pagare!...“
Si era costretti ridere e si rideva di cuore; per poco (e non era già la vergogna che lo tratteneva) non avrebbe voluto su quella medesima strada — e gia vi si disponeva colla sua solita disinvoltura — intrecciare gli anelli del duru-duru.

A questo modo, così scherzando e ballotando, si arrivò a Cuccu-Baios, il rione che, appartatissimo oggi, ispirò ad un altro suo amico, ma con pochissima fortuna, il canto del Tango.
In questi paraggi le case erano dappertutto chiuse:
dappertutto sembrava che lo stesso freddo le avesse tappate in quel punto e rimpicciolite da sè; onde la nostra comitiva, la quale rappresentava per Nuoro 'un certo avvenimento sempreché la si vedeva riunita in crocchio ed animata, passò inosservata: solo di quando in quando, come se richiamato da un’interna e segreta passione, si affacciava sorridente alla portina di qualche uscio, un visino angelicamente biondo.... conosciutissimo.

Da certe casettine un po’ più discoste poi, ma sempre su quella stessa strada, il fumo, arroncigliandosi sui tetti in disperato contrasto, ne usciva in alto, abbassandosi e sospingendosi di nuovo, col tepore del pane sfonato di fresco.
Ma ecco che Frate Sole rigongola e rinasce più di prima; e data qui improvvisamente la stura ai motti e ai frizzi d’ogni genere, vi si lancia a capo fitto.... E poiché intanto gli sembrava di sentire telepaticamente e con un certo presentimento che il tempo gli si sarebbe presto ed irrevocabilmente oscurato, stroncandone come avvenne in seguito la preziosa esistenza, rievoca in cuor suo ed in quel punto la ballata di Lorenzino de‘ Medici, di cui qualcuno, interpretando il pensiero, coglie come lui a volo e riafferma. E pizzicottava così e poi scherzava ancora ch’era un piacere, oltre che colle scarpe impagate, cogli altri suoi pungenti e cotidiani ricordi. Il ricordo, ad esempio, di una nota di piccoli debiti, scritta e scarabocchiata le cento volte da lui su un quaderno a quattordici righe — la quale non quadrava mai malgrado le sue affannose ricerche — entrò pur essa come una cosa compatibile nell'argomento del giorno; mentre gia’ tutti sapevano che, in un’altra saccoccia sotto l’abito vi era, attraverso i fogli repubblicani e rossi del Corriere delle Maestre, di cui si diceva attivo e zelante corrispondente, un libretto postale ancora vergine ed intonso; il quale, ricavato dalla vendita di un suo terreno di appena due o tre pertiche; messo comunque e come s’immagina in evidenza con quelle aquile reali e bicipiti, ne aveva aumentato di qualche cosa l’auge.


Ed era proprio in quel periodo di tempo, prima cioè di una tale fortunata congettura, e quando le acque erano magre ed ognuno avrebbe potuto fiutare da lontano la miserabilità del suo stipendio; fatto è vero di pochi biglietti di banca ma non mai di una discreta agiatezza e tranquillità, che se la prendeva, impermalendosi come egli sapeva fare e scrivendone perfino qualcosa a Rolandino Nesti del Tempo, cogli osti di Veleno del d’Azeglio.

L’arrivo alla meta.

— A lor bies sos Sette frades? Non balet no!
Acriores ti piccata!…
Ripronunziata la solita frase, la quale ricompariva come un pedale in tutta la sua opera, addittò agli amici, frate sole 23 acriores ti piccat fermo il piede d’in sul ciglio della strada, il vasto cortile dove, tra carri, aratri ed altri arnesi, avresti potuto collocare assai bene e come nulla, una o due tribù d zingari o di contadini sardi ch’è lo stesso.
Ed intanto, preso anche questa volta il suo abituale atteggiamento di maestro e di uomo di studi, insaccata la collottola nelle ampie e hen quadrate spalle, segnò quella zona come un sito impenetrabile per chi non avesse avuto come lui le credenziali da presentare oppure una qualsiasi tessera di riconoscimento.

Così, preso l’abbrivio dopo una tale dichiarazione ed avvertimento, entra e s’intrapola per il primo, costretto cionondimeno in quel breve salto a tenere un po‘ su ed in freno, coll'altro bagaglio, la pancia. Ma proprio in quella, infilato ch'ebbe il portone, sgretolato da tutte le parti e dove apparve come messo un momento dentro una vasta cornice rispondente ed intonata, alcuni ragazzetti, i quali sembravano posti in vedetta sugli usci; vestiti in brachine o da frati essi stessi per qualche promessa o scioglimento di voto, gli gridarono insieme ed attorno: O màa! màa! bi’ bi’ a mastru Predischedda bistiu a prade! Ih ih ih! curiosu chi est!... Annotaebollu!...
Questa seminata di bambini sbucanti intempestivamente da quelle abitazioni e cortile, fece si che Frate Sole, un po’ turbato da quella inaspettata presenza, chè


non gli piaceva assolutamente mai di trovarsi in pubblico in mezzo a dei ragazzi, li benedicesse uno per uno. E mettendo loro la mano sul capo, mentre gli si affollavano d’intorno e gli toccavano, infastidendolo fin quasi a fargli perdere la pazienza, il cordone e l' abito, li rimandò in fretta, ansimante tutto e come non vedesse l’ ora d’ uscir da una tale pena con un: ”Deus bor bardete! e beneditta sa mama chi bos hata allattau!“, distribuiti generosissimamente e come se tenesse in corpo una pillola da non poter mandar giu. Ad ogni modo, d’un tal durissimo sacrificio, a cui non era stato punto preparato da alcuna preventiva avvertenza o sospetto, ne fu poscia ricompensato a due passi di lì ad usura, si da poter ivi stesso da solo, incoraggiandosi nuovamente e prendendo lena come se fosse uscito da un pericolo ed entrato in un luogo di salvazione, emettere quella tale aspirazione alla Burchiello; proprio come soleva fare quell'altro, allorché s’incontrava imprevedutamente o per un caso impensato, davanti a una cosa spettacolosa, o di fronte a una mossa politica sbagliata, secondo lui, ma riparabilissima sempre, a dargli retta.

Ficcando dunque lo sguardo e il cappuccio; sentito qua e là l’odore concupiscente di un’altra ben diversa selvaggina, aveva potuto scorgere, sorridenti nei rispettivi focolari e sedute per terra, le madri mammellute di tutti quei frugoli; le quali, attaccata al seno un’altra prole più piccola e non meno tracotante; costretta questa e ogni tanto a ricacciare dal gorgozzule il latte succhiato in sovrabbondanza, ne chiudevano aggraziatamente l’accesso, posando l’indice sul capezzolo, e ciò per impedire il soffoco a quei che, risvegliati così bruscamente da quel cibo e pappa a zampillo, dovevano, per respirare in qualche modo e sempre singhiozzanti, affidarsi a quel loro pianto rotto ed a strilli, causato da quella subitanea ma non per questo rinunciata rovina...

— Acriores ti piccata, Menottée! Non balet, no!… E qui, ammiccando con intelligenza ai compagni che se ne venivan compunti e come facendo, per un eccesso di pudore, lo gnorri, arricciava, con più significanti smorfie, dinanzi a tutta quella visione affondante e rorida, la sua figura maggiormente villosa, ingelosita ed ora tutta sorridente...

Certamente, se l’avesse in qualche modo potuto, tanto si era in quel momento interessato della cosa, avrebbe voluto aver vicino a sé; in quell’istante, per offrirgli in omaggio e subito quel quadro vivente e così magnificamente plasmato dei fanciulli sitibondi, il genio di Giovanni Della Robbia; forse costui, il quale l’aveva studiato a suo modo, e lo teneva in mente quantunque non avesse potuto incominciare né condurre a termine come i suoi


primi sei del Ceppo quel suo ultimo e settimo atto di misericordia, gli avrebbe ora detto, condividendone perfettamente il pensiero, come qualmente in quella fatta specie, sarebbe stato il caso di aggregare a meraviglia, a quelle fonti così provocantemente turgide e abbondanti, anche quegli altri fraticelli del genere di quelli che, senza malignazione di sorta, si erano messi e schierati li sotto la sua ala e protezione!…
— Acriores ti piccata! — ripete più forte e a più riprese, volendo così che quella mezza dozzina di madri, colta a volo la sua casta e discreta allusione, sentissero e vedessero come ben a ragione — pur rimanendo estranei gli altri — se ne fosse andato in solluchero.

Apertasi quindi e poscia la strada sui bianchi e soffici strati della neve, dove già era stato da altri passanti segnato uno stradello o sentiero, ne menò, spurgandosi nuovamente e come soleva far sempre in preparazione di simili cose, al sancta sanctorum; donde, avendo visto comparire ben sazia e rubiconda un’altra brigata di buontemponi alla sarda, non poté fare a meno, da padrone quasi spodestato, di apostrofarli per celia come si addiceva e conveniva al suo grado; mentre coloro, in silenzio, col solo viso che rideva in pelle, rivolgevano laconicamente a lui ed ai compagni un cortese saluto.
— Malaiana bor iucata! Abbisumeu chi non non d’azzes codiau! — disse loro, guardandoli per traverso ed in tralice, con una specie di contrassegnato rimprovero.

frate sole 28 un incontro inaspettato

Di sorpresa in sorpresa.

Potuti entrare dopo questo nuovo incontro nella cucina, ch’era per quell’ultima casa come il salotto o la sala d’aspetto per non dire il luogo stabilito e più acconcio a ricevere della gente per bene e dei signori; visto quì pendere da un graticcio affumicato non so che salsiccie giunte di già a buon tiro, si fermò davanti a quelle, col muso per aria, con una posa così caratteristica e colle gambe così aperte e divaricate da sembrar ivi colpito negli arti da una improvvisa paralisìa. E proprio qui, in


seguito a una indicatissima pausa o battuta d’aspetto; fingendo astutamente di aver dimenticato ogni altro pensiero, fece comprendere agli amici, iniziato a meraviglia un tal inconcepibile lavoro gastronomico; già attenti quelli oramai e pendenti dal suo labbro, che non ci poteva essere in quell’istante — tranne il vino ch'era di rubrica — un argomento pin essenziale e pifi perentorio di quello. Infatti, scossasi di dosso più rudemente e meglio la neve e fattosi quindi attorno e più da vicino al padrone di casa che occorreva prontamente catechizzare in loro favore, gli rivolse sorridente la proposta come se ne avesse di già avuto per quel fine desiderato la risposta: — E ulibedda and’azzes?

Custa est cosa chi cherete forarmale manicada gai! — E quando l’interrogato — il quale a dirla tra noi gli voleva del bene — mostrò di acconsentire, riprese tosto allegro: — ...A cabaddu semus, pizzinnos!... Custa es sa borta — disse allargando le braccia per una meritata benedizione — chi nos iscuricata e nos arbeschete inoche... cantende… si bos piachete... a prammadorada!.. Ittestee?... No isco nudda no, sa me’!... —ripeté poscia torcendo le labbra con malizia, circonfuso tutto e conquistato dall’ idea perégrina, portando alla bocca, per servirsene da portavoce, una mano concava, come se volesse nascondere con studiata furberia ai possibili intrusi, senza lasciarsi cogliere comunque in fallo, un tal segreto.

Fatta sgombrare la cucina e lanciato ivi stesso uno sguardo di fuori perchè nessuno giungesse più nè comunque a disturbarli; comandati per prima cosa e tanto per principare due buoni litri di vino, volle che si cantasse con un accordo alla Gabriel, servendosi però del motivo chiesastico di ,,su perdonu deur meus“, i versi da lui scritti in onore di Efigea: ,,Sa bida la professo-cun una dimizzana...“. E fu a questo modo, aperte letteralmente le gole e non più chiuse, mentre già i bicchieri si vuotavano gli uni dietro gli altri, che ne venne presto la notte.
Questa, fra la neve ch’era già caduta, con poi quell'altro velario di nuovi e più verginali fiocchi scendenti a cortina; affacciandosi qualche volta e di tanto in tanto da un breve pertucolo la luna, contemplava, sulle ampie e sperdute campagne, l’algida bianchezza di quel paesaggio invernale. Fu allora che Frate Sole, non bastandogli più l’espansione del canto, e volendo passare ivi ed invece ad un’azione pill concitata ed allegra che completasse meglio il pensiero di tutti, tese, con smanie e fremiti, preso l’atteggiamento d’una ballerina che posasse sulla scena e prima di cominciare il ballo le mani sugli sboffi, le sue sulla tonaca ed il cordone che già svolazzavano in ridda fantastica... Ed aprì così cogli amici il tondo, cioè il ballo sardo che, non avendo come quegli altri moderni i soliti scotimenti di camicia, non era messo all’ indice e veniva


 anzi considerato dai puritani — nella sua innocente primitività — come una cosa strettamente in carattere, e perciò appunto e per nulla affatto discutibile... E riprincipiò qui, misurando a cadenza il passo e ripetendosi ognora e di continuo, ritornando sullo stesso verso: ,,...ca sunu anzenos e galu a pagare...“ Più tardi, fatti e compiuti in tanta baraonda i saltelli in giro, ch‘eran quelli che più animavano, vi fu un po’ di sosta, indi, in un momento di strani e rievocati ricordi, mentre già apparecchiate sulla tavola ed a piccoli e indovinati tocchi su una spasa di asfodelo e sul pane comparivano le salsiccie; raggirando già tutti in bocca e come un aperitivo selezionato le ulive dal grosso e ben polposo nocciolo, furono passati in rassegna, che come vedesi quella non era altro che una serata bacchica alla Hoffmann e alla Kreisler, i vini delle frasche e delle bettole, stabilendo per ciascuno di essi i pregi e i confronti, a seconda delle diverse simpatie e gusti.

Fra gli assopimenti.

Ma dopo un po’ Frate Sole, ad una cert’ora, consumati un pochino i moccoli, fu preso bel bello e lentamente dalla stanchezza, nonchè da un invidiabile torpore; e non potendo più la sua mano, per quanto la cercasse, trovare sulle tempie l’arteria preferita, e ciò al fine di risvegliare su di essa, con un dolce insinuante sfregamento delle dita il consueto suo spirito vitale, avrebbe voluto riposare alquanto; non per dormire veramente, ma per rimettersi e schiacciare all’occorrenza un sonnellino. Se nonché, preso quivi da un’ idea, s’impuntò lì per lì per dispetto e, con una straordinaria ed esemplare forza di volontà, non volendo peranco rinunciare in quel suo movimentato dormiveglia ai discorsi dei compagni, i quali l'avrebbero sicuramente linciato e ciurlato nel manico, chè conosceva per prova le lodevoli intenzioni, se ne stette impassibile sì ed inerte, in un’inazione affatto apparente, ma cogli occhi tuttavia tra’ peli…

E per non perder tempo, adagiatosi ed appoggiatosi un pochino, mentre gli altri continuavano più rinfrescati di lui, lo si vide, guardandolo e spiandone le mosse, sussultare spesso con dei fieri scossoni; onde, suggestionato a quel modo e come abbiamo detto, né volendosi fidare; aprendo e chiudendo lì sincronicamente e come un piccolo ed impercettibile faro da porto le pupille, avresti visto sornuotare in esse e dentro le medesime, sia nel risvegliarsi che nel successivo rimbambolimento, la resipiscenza intima di tutte le cose riferentisi alla sua vita. Egli è per questo stato d’incostanza sonnifero appunto che, non lasciandosi neppur qui sorprender mai d’alcuna cosa o fatto contrario, poteva


 egregiamente — tesi gli orecchi e l’intelligenza a tutto — afferrare, con approvazioni mimiche dinieghi o monosillabi in aria, quegli argomenti che, sembrandogli di toccarlo comunque, cercava, con certi sui annaspamenti riflessi delle mani — nei punti più culminanti e perchè non gli sfuggisse intieramente e del tutto il discorso — di trattenerlo od agguantarlo, non potendo dippiù, per la coda e fin dove poteva arrivare...
In questi momenti inverosimili ma purtroppo reali, gli venivano sul labbro, a sfioratura, virgolati e scanditi sempre in una specie di' gergo nato nel sonno, delle frasi e dei vocaboli scultorii; motivo per cui, se qualcuno li avesse potuti raccogliere ed ordinare in un libro di una maggiore estensione di questo nostro; innestando si capisce a completamento i particolari sempre originali e degni, avrebbe di certo fatto la sua fortuna. Ogni sua parola, scoperto ben s’intende il filone ch’egli trovava facilmente di giorno o allo scuro, era un gioiello talmente artistico e perfetto, da farne schiattare dalle risa non solo, ma da indurne anche ed appresso ad una lunga e seria meditazione intorno alla conformazione del suo cranio, nonché al getto continuo e rinnovantesi di quel suo bellissimo ingegno…

Di Cristolu il suo compare affettuoso — conduttore come tutti sanno di una bettola del centro —; prescelta quella tale rivendita quale un ritrovo mattiniero e gradito in quelle sue frequenti deambulazioni, e semprechè si spostava furtivamente dall’offelleria Guiso, dove pure i platonici e sospirosi appostamenti d’amore lo trattenevano spesso, allorché la sua anima riflettendosi musicalmente su quei luoghi sembrava riacquistare le luci del passato, avrebbe voluto, per riverbero delle cose e sentendone ivi parlare interessantemente, dare anche lui fra quelli il suo giudizio, e fare, con un sol colpo di pollice il ritratto. Quell’ uomo era per lui l’uomo per eccellenza... L' amico e il galantuomo... Stabilitosi da molto tempo a Nuoro, meritava — e gliel’accordava incondizionatamente — tutta la sua stima.

Ma quando gli altri, osservatogli sul labbro un certo risolino che segnava senza troppo manifestarsi l’interno risveglio e piena coscienza, fecero cadere il discorso su di Antonietta ’e Zoseppe, cambiando di punto in bianco argomento, e nel punto stesso che quell’altro filava a meraviglia e con sua grande soddisfazione; chè proprio per quel mezzo e sempre gli era riuscito di richiamare alla mente molti altri segreti e ricordi, si scosse infine e si sveltì d’un tratto; non per altro, ma solo per partecipare direttamente e pù da vicino e come andava fatto, a quel nuovo e così ammelato discorso.


 Presso Antonietta ’e Zoseppe, la quale era ed è ancor oggi, assistita come si sa da una reginetta in formazione di fiore, la più bella e simpatica vinattiera di Nuoro; (luogo questo insomma dove si riversa attualmente il flusso intelligente dei forestieri della nuova provincia), aveva fissato da tempo, nelle sue peregrinazioni serotine e nelle ore della siesta, trovando ivi da solo e non disturbato un buon bicchiere di vino, il suo quartiere generale. Per la qual cosa, come abbiamo detto, e come se sorgesse di scatto da un sonno profondo quanto ristoratore, fu lieto di lanciare in faccia a tutti il suo poetico: ”buenos dias, Consuelo!“ rivolto con tutto il suo pensiero a quella fiamma, e dato anche quale una sorprendente risposta alle lodi che di essa e del suo vino si facevano già apertamente e d'intorno.

Richiamato subito alla strozza e nella bocca chiusa per il suo maggiore effetto quel tal borboglìo gutturale, fece senz’altro capire agli astanti, i quali mostravano d’invidiarlo per tale preferenza, di es- sere egli — di quel tal sublimissimo oggetto — l'unico il solo ed il più competente padrone!... Nè potè, un’altra volta, arrivato a questo punto delle anime gemelle, fare a meno di riepilogare i ricordi della sua vita: non diciamo tutti, ch’erano molti e straordinari, ma soltanto quelli a cui, rinascendo come sentiva ed agghindandosi per la occasione, avrebbe voluto legare — arto verdadero — con un frasario di pura intenzione francescana, il suo grande e pur sempre giovanile spirito d’artista!...

In quel memento, ferma davanti agli occhi quella salda e ben piantata bellezza rusticana, se il suo orologio a grossi cerchioni ferroviari, consultato sempre come un diversivo da lui, ed in quel punto per osservare la inesorabilità dell’ora travolgente, avesse narrato e detto qualche cosa di sé, senza nulla nascondere, gli avrebbe certamente riferito da solo — allorché voleva un giorno deporlo col cuore, col portafoglio ed il resto davanti ai piedi di quella maliarda —, tutto il poema cavalleresco d’un amore pressochè indementito ed inavvicinabile sempre! Anche la storia d’una pensione fatta prima sperare e quindi fallita; andata a vuoto mentre sembrava di già, avanzate bellamente le trattative e le modalità da quelle labbra adescanti un fatto compiuto; concedendogli così ed in fine la chiusa d’un dorato e lietissimo epilogo; non fece altro, rammentandola ora a case e stemporaneamente agli amici, che addolorarlo di nuovo e farlo ricadere, con un discreto abbattimento, giacchè codesti stati d'animo si alternavano e si sovrapponevano spesso in lui,'in un cruccio tale come se si sentisse, con una specie di groppo alla gola affogato da molti tristi ed allarmanti pensieri.
I compagni ch’eran un po’ e come si capisce al-levati alle forche, visti maturare gli effetti, e proprio quelli che si eran proposti, ridevano e ridevano; e toccandosi


 e spingendosi insieme nei gomiti nascostamente, vollero tuttavia, proponendo gli chi una cosa e chi un’altra, come se tutti discorressero ed argomentassero sul serio, mentre già li guardava con diffidenza stringendo le labbra in atto di forte dubbio e malizia, che riprendesse più validamente, fino all’ultimo e senza stancarsi mai l’azione… Facendo così — si persuadesse pure — non ne avrebbe sofferto la sua magnifica fibra, nè sarebbe più caduto per questo fatto in discredito presso certi esseri occhialuti del corso Garibaldi; e tanto meno avrebbe dato opportunità a ridere a quanti altri, fissandolo sempre con quel loro sguardo ‘vitulino e collo starsene lì con la mani legate dietro la schiena, gli si mettevano dinanzi nella strada con dei sorrisi di beffe e di scherno....
— E risios es chi non sunu!...

Accennato pertanto e fra tutti quei discorsi a volersi riposare, chè già si sentiva di dentro e per reazione agitarsi i nervi ove non avesse trovato subito e presto un tal rimedio, vi si disponeva andando in pace verso una, panca che era appoggiata al muro, mentre gli altri — i compagni — non volendo disturbarlo più, chè dopo tutto continuava ad esser lui il loro maestro e duce, si erano avvicinati di nuovo e strettamente, come le galline al becchime, ad un più colmo e rinnovato piatto d’ulive.

Un discorso agricolo.

Intanto il buon ospite, il quale standosene lì non aveva capito proprio nulla di tutti quei discorsi, e tanto meno della loro psicologia; non volendo in alcun modo star estraneo e far così da solo la parte della comparsa, mentre era stato lui con quel po’ di roba ed intervento a ravvivar gli spiriti; preso in mano un panchetto, se già era andato a sedere vicino con tutta un’ aria di circospetto studio e d’interrogazione, e ciò anche perché gli dispiaceva di vederlo — non potendo immaginarne quei suoi pensieri — messo come da un canto e disarmato.

Qui, veramente, Frate Sole avrebbe fatto a meno di ascoltarlo, e già appoggiati le mani e il bastone sotto il mento (era questa la sua posa caratteristica), si racco- glieva a fare meditatamente il suo comodo e a dare sfogo a quella sua precisa ideazione. Ma non potendosi rifiutare; persuaso d'altra parte che in questa o quella maniera, avrebbe ugualmente conciliato il sonno, anchequando gli avesse parlato come soleva fare del suo vino, lo lasciò dire e lo accolse con indifferenza. Però non fu come pensava; e sentendosi da bel principio come trasportato da Pafo ad Eden per mezzo di quel tal suo amico, il quale gli fece in quel suo primo giro di parole ed incredibilmente gustare tutte le bellezze agresti per le quali lo stesso


 Vergilio aveva scritto mirabilia prima ancora di unirsi con Dante per quel suo viaggio all’inferno, s’interessò vivamente al discorso; sicché l’interlocutore, visto il suo volto immobile e così teso, poté esporre indisturbatamente la lezione, senza che l'altro gli reclinasse per nulla il capo dinanzi.
...Quel suo vino, dunque, l’aveva fatto sempre con quelle sue mani, senza intrugli o medicamenti di sorta come solevan far molti i quali, venuto il momento di svinare, si trovavano poi ad avere, in casa e con molta sorpresa, un buono e grillante fusto d’aceto...
Il vino, per chi voleva saperlo, era stata sempre una cosa delicatissima che doveva esser trattata con tutte le regole dell’ arte; badando non solo alla qualità delle botti e a togliere a queste e semprechè si verificava l’acidità, ma perfino al luogo dove venivan collocate. Ed era appunto per voler passar sopra a codeste piccole cose, che molti proprietari ci rimettevan spesso le fatiche e le spese.

Se lo azzeccavano qualche volta, ciò non dipendeva da altro che da una semplice combinazione. D’altronde, il segreto più grande — e lo ripeteva perchè lo sentissero bene — stava, secondo lui, nell’assidua e costante coltivazione delle viti; inquantoché se l’esposizione del terreno era come tutti sapevano il primo coefficente, l'altro era pur dato indubbiamente dalla potatura di cui parecchi non si occupavano on bel nulla o poco. Lui, invece, si comportava diversamente: sui due tralci forcelluti ch’erano al piede, e che tagliava irremissibilmente corto e senza alcuna compassione fino a toccar terra, non lasciava mai che due o tre occhi soltanto: quelli che dovevano vivere e vedere... Per cui, oltre il risultato certissimo, non solo si garantiva ogni anno la durata della vigna, la quale da più di cent’anni se l'eran tramandata da padre in figlio; ma lo stesso vino diventava un balsamo, tantochè ciascuno che lo beveva, diceva, senza voler fare comunque dei complimenti, di sentirselo scendere come uno spago incerato per la gola.

Quello che aveva messo in vendita era buono senza alcun dubbio; nessuno aveva mai avuto a ridir nulla; ma se gli avesse potuto far assaggiare un bicchierino di un’altra qualità ch’egli teneva in serbo, ma che aveva venduto intieramente a monsignor vescovo colla promessa di non darne via neanche una goccia, oh è certo che, vedendolo ed assaporandolo un tantino, ch’era addirittura del più bel colore e gusto, gli avrebbe non solo dato il suo parere per scriverne subito un’altra canzone, ma detto anche, con vera cognizione di causa, non appena messo sulle labbra, come con quel mezzo si sarebbe potuti andare in paradiso... Ed aveva soggiunto che, essendo il nominato d’un color giallo d’oro veramente speciale:


cosa tutta da imbottigliare e mettere nelle migliori cantine, gli era toccato sul medesimo e per solo obbligo di coscienza, non potendolo però punto, fare on piccolo strappo. Tutte le mattine, essendosi in casa sua conservato da tempo quell’uso, chè diversamente le cose non sarebbero andate mai bene, ne recapitava, per mezzo del sacrista che ingrossava tutte le volte gli occhi dal desiderio, un’ampollina ansata al prete che diceva la messa alle Grazie; e quel pio sacerdote, il quale sembrava sempre genuflesso anche quando camminava, glielo vantava di continuo... lncontrandolo per istrada e rivolgendogli di solito un sorriso, mentre teneva per abitudine contratta e da vero religioso le mani in mano, gli con- fermava col solo sguardo intelligente, compiacendosene ognora e come di fronte a una cosa mai vista, il giudizio...

La lunga e così pretenziosa relazione, la quale avrebbe certo fatto dormire un sasso, aveva invece legato con un buon filo l’ascoltante; talchè interrotto anche quì e un’altra volta il proposito di quel suo sperato sonnellino; lieto anzi e con quella favorevole occasione di poter ricordare i tempi allegri della sua giovinezza, aveva perfino, mostrando d'intendersi della cosa, rimpianto, condividendo da buon conoscitore il pensiero, un suo antico vigneto solatìo, andato a male e già abbandonato ora come gli avevan detto, all’incivile pascolo delle pecore; mentre gli avrebbe potuto senza disturbare pù Tizio o Caio, provvedere ancora un bottalino del buono, in discreta e signorile provvista...
La risposta.
Ma quando il buon ospite, rallegrandosi in se stesso per quel suo esordio gli parlò in buona fede e senza alcunissima malizia di quel tal suo vino celestico e vescovile, a cui opponeva con una scusa punto giustificata il veto dopo avergliene fatto nascere la voglia e l’uzzolo, non poté pifi frenarsi: e col rispetto dovuto alla mitra e al ciborio, gli scivolò sopra d’un pezzo, come colto da un accidente; indi, rizzandosi in piedi improvvisamente come una molla — lontanissimo l’espositore dal supporre una tal cosa e gesto da matti — gli si parò davanti come una valanga la quale, nella sua orbita non circoscritta e senza freno, minaciasse, giunta a valle, di stritolarlo e travolgerlo.

— ...Ah, Filipp de mastru Raffie’! — Era dunque quello il conto che faceva dei veri amici e di quanti gli davano cordialmente occhio e spaccio? Se egli non era come sapeva un vescovo, e neppure una pagliunza un malrealz od un maravedis di prete, ciò nondimeno, giacchè era stato lì ad ascoltarlo religiosamente per più d’un ora, senza perdere una sillaba del racconto; sempre in grazia


 a quella buona amicizia che mostrava di voler ora trascurare guastare e perdere, era la cosa più naturale del mondo — e gliene faceva un’espressa comminatoria ed ingiunzione — acché cavasse tosto donde lo teneva in serbo, due o tre bottiglie di quel suo decantato; non per berlo a strapazzone e senza criterio, sibbene per mandarlo giù delicatamente, facendogli onore, a sorsate ed a schiocchi, come sigillo e tornagusto del primo...
Al vescovo poi, s’era un tantino di giudizio ed un uomo ragionevole come non dubitava, poteva benissimo, per giustificare il leggero ammanco, di cui non si sarebbe neppure accorto, dire, coi sempre dovuti riguardi, e qualora gliene avesse fatto cenno, che era passata di lì una comitiva con a capo un frate chierico ed altri questuanti a cui, tenuto conto della loro missione evangelica di povertà, non aveva avuto coraggio di dir di no, rimandandoli a casa a bocca asciutta...

Dandogli questi consigli da vero amico, sbalordendolo lì subito con certi giuochi di prestigio che incominciò a distribuirgli accompagnandoli con una filza di parole e di frasi accozzate insieme, diventò, dinoccolandosi in tutta la sua piccola e rotondeggiante mole, così flessibile, pieghevole e faceto, che colui, investito instancabilmente da tutte le parti, non seppe più dove trovar riparo, mentre senza poterlo, cercava qua e là di sgusciargli dalle mani, ridotte esse stesse, nell'insieme, ad una vera girandola.
— Ubeste Toniedda Secche?!.. Muttiemila!.. A passi tardi e lenti, collo scialle scolorito, li diana una cadda sotto il gelso fiorito...
A questa inaspettata improvvisazione così fuori luogo, gli amici che ora facevan circolo e gli si eran dopo i primi successi raccolti pù davvicino; non immaginando che quei versi potessero andare così staccati e da soli, gli gridarono ad una voce, soffogandolo come tanti ossessi, affinchè legasse e completasse meglio il pensiero.

Al che Frate Sole, fatta una piroetta ed un giro sui tacchi, senza punto abbandonare il bersaglio, e mentre la sua tonaca faceva volando per aria la crinolina, soddisfece alle richieste: — Sotto il gelso fiorito vegeta la maestra Fadda, sotto il gelso fiorito — non s’offendat Biolante Corbedda... — li diana una cadda!...
— Ah! Filipp de mastru Raffie’!... — riprese poi subito rivolto a quello e senza più dargli tempo a pensare: — Se tu se’ uno dei Sette fratée, come nessuno dubita e tutti sanno, io sono mastru Predischè... nipote di ziu Grabbiè... figlio di Cuccuréee... angopp e vicino di casa a madama Bruè!...
Quindi, dopo avergli fatto non so che altri giuochi colle mani, sì da stupirlo e non lasciarlo scappar più a nessun costo; afferratolo per il bavero del cappotto,


lo apostrofò gentilmente con un sorriso e con un ,,sabe usted!‘, ch era per lui una cosa sempre di prammatica.
E fatta questa fortunata introduzione, volle lì e subito metterlo al corrente di certi fatti non trascurabili che, nel delicato esercizio di quella sua professione, potevano riuscirgli non poco utili. In Ispagna, per esempio, quelli che vendevano del vino ed offrivano agli avventori anche dei garbanzos sempreché glieli richiedevano, erano tuttavia tenuti all’osservanza meticolosa di alcune infrangibili prescrizioni. E gli citò, degnandolo d’una certa speciale considerazione, il passo del decreto che in quel paese magnifico si trovava affisso, come le nostre licenze, in tutte le bettole e rivendite; e ciò perché nessuno — lo notasse — potesse comunque accampare ignoranza...
”Quiridos miragrosos et arricchidos zillerarios, que vivent mas e quasi sempre espantados, debent usare muchos parroquianos, già afecionados tambien curustu Muchu-Bellu, non ebrios nè imborraciodos mai, obbediencia et ossequiencia incondicionada“.

E non era tutto qui. Qualora si fossero i rivenditori rifiutati, od avessero comunque messo innanzi per loro comodità questa o quella scusa vescovile per non tirar fuori il loro miglior vino, li avrebbero privati senz’altro — illico et immediate — delle reali patenti; e non solo, ma lasciati in balìa degli stessi rispettabili consumatori o huespedes; i quali, alla lor volta, già bistrattati e secondo la gravità dell' insulto, potevano anche e come nulla mettere a soqquadro la rivendita, i garbanzos ed il resto; uccidere anche e bastonare, insomma; non obbligati in nessun caso né mai — per questo loro fatto — ad andare incontro ad alcuna pena corporale od impiccagione qualsiasi...
Come si vedeva era una bazza e una cuccagna contro ogni genere di trasgressori, renitenti ecc., superbos tanquam avilidos! — Ed era proprio quello il momento che, principiando eglino lo sperimento in casa dei Sette fratée, avrebbero scritto e stabilito una legge consimile anche per il Trade-marche Italy. — Ah si! ove egli non rispondesse subito e come andava fatto al loro comanda- mento, lasciando da un canto le ubbie e quel suo inspie- gabile riserbo, ,,grandes cosas sarebbero andate a acontecer sotto quel tetto dentro de poco“.
Tra il vedere e il non vedere, ridi di qua e ridi di là, giacché le cose dette coll'assistenza ed un po' il cipiglio studiato dei compagni poteva verificarsi secondo il pronostico, il buon amico piegò e cedette in ultimo, facendo questa volta di necessita virtù, o come dicono molti, buon viso a cattiva fortuna.
Infatti, senza più dir parola o ribattere; accesa qui una lucernetta ad olio si avvicinò, con un sorriso svogliato che segnava la carpita annuenza, ad una brocca d’acqua


con una grossa e panciuta caraffa in mano; la quale, risciacquata e fatta poi sgocciolare per maggior garanzia, non parve più neppur di vetro, ma del più terso cristallo di Boemia. — E scomparve.
— Lo vedi, pagliunza e malrealz chi zes?... Che cosa ti é costato? Un sacrifizio forse? Solo adesso, dopo la prova che ci hai dato; avendo mostrato di essere un uomo d’ingegno e navigato, ti saluteremo, coll’andar via di qui e col lasciar questo luogo, colle parole nientemeno di Alvaro Tarie, trattandoti così — assistito dal genio di Urganda — come si conviene a un galantuomo par tuo: ,,Addio casa e lieto rifugio di Seuna, archivo de cortesia, albergue de los extrangeros et de los valientes peddones, addio!“ E poiché é giusto che partendoci di qui il nostro saluto non sia una fredda e semplice frase; dipinta dal nostro pittore Franc de Congiu-Pes, potrai innalzare nel tuo cortile (te ne diamo l’autorizzazione come se tu sia creato cavaliere), un’insegna col nostro fedelissimo ritratto e colle nostre firme; in modo che, vista da lontano, possa essa servire di richiamo ai viandanti d’ogni paese ed a quanti, bevuto già una volta ed a credito il tuo vino, non si ricordassero più, sciaguratamente, di pagarne il conto.

...Frugandosi in tasca, dove gli convenne — pre- muto da un tal pensiero — far leva col braccio con molte contorsioni ed incurvamenti forzati sui fianchi: — Luminos juches ? — disse, riprendendo animo e fiato: — ...Brusia cussa limba ’e boe!... — E messo qui tosto in evidenza, stendendolo per tutta la sua lunghezza un foglietto di carta, si compiacque, appressandolo alla fiamma, non appena l‘amico richiesto gli accese sotto i baffi un cerino, di vederlo allegramente bruciare… Era una vecchia cambiale che, dopo avergli per molto tempo rotti le vene e i polsi — i polsi dove più tardi aveva simbolicamente imprigionato sotto una reticella metallica non più quel suo primo ma un altro orologio da donna — aveva potuto finalmente pagare ed estinguere quello stesso giorno, dopo tanti e reiterati rinnovi, nonché dopo un'ultima e non più assecondante minaccia di protesto.

E basterebbe solo, per notar meglio il dispetto e tutta la repellente nausea e repulsione che quella gli aveva da tempo procurato, fissare l’attenzione su quel ,,cussa“ già sottolineato da noi, per persuadersene intieramente... leggendogli così ed un’altra volta nell’anima…
Ricomparso quindi il cantiniere con quella sua caraffa risplendente come on sole che uscisse allora dalle nuvole; coll’aggiunta d’un altro fiasco: cose che reggeva un po’ a disagio nelle mani impacciate e contro il petto e le ascelle, ché recava ancora e fra le dita a rischiarar meglio il gaudioso trofeo quella lucerna, inalzarono insieme, riattaccando il concordo e come al principiare d’una scena


non appena tirato su il sipario: ,,Benedittu s’acriore, ch’ er fruttu ’e puru binu...“.
E così per un pezzo, come se quelle note uscissero dalla canna d' un sol organo, la canzone vibrò umanamente sentita... Raccolta in quell’aria e nelle sue forti espressioni, come se al finire d’ogni verso, senza perder punto né mai la voce, dovesse quello fondersi in un solo impasto col secondo... Col terzo e col quarto... Inesauribilmente...

ll fantasma esorcizzato.

Epperò anche qui, venuta l’ora di versare nei bicchieri quel nuovo e sospirato vino, mentre tutto sembrava procedere oramai liscio e senza più inciampi, sorse un altro incidente di cui, anche volendolo, non potremmo fare a meno di non parlare.
Con un dulcis in fundo preparatogli tendenziosamente dagli amici, mentre si apparecchiava pronunciando il suo ,,si possibile est transeat mihi iste calix“ ad assaggiare lo escogido de los escogidos dei vini, ne fu bruscamente impedito. Uno della compagnia (non si seppe mai chi, chè ve l' avrei detto in quest’ ora di amichevoli confidenze); dolentissimo — così almeno si mostrava — di aver dimenticato in quell’ enumerazione e corsa fatta attraverso le bettble non so che nome, pronuncio — vedi fatalità — quello d'un tal Muschittu! ll quale nome, ricordando ivi non so che altre increscevoli circostanze, avrebbe voluto il dicitore, senza potervi pero riuscire, e per quanta vi s’impegnasse con un artefatta simulazione e diligente studio, ricacciare indietro.

Naturalmente, all’ udire lì ed in piena allegria un suono così ostico e repugnante: perocché per tutta la vita colui gli si era presentato come un vero ed insopportabile tormento, Frate Sole si mise tosto sulle difese; e sembrandogli di aver ivi ricevuto tra capo e collo l’annuncio d’una sospensione a divinis non meritata; la quale poteva frate sole 50 bar nuoro ficheciò nullameno lasciargli tracce e reliquati impressionanti, si accinse ad esorcizzare nel miglior modo possibile


quel suo demonio. Cosi si svestì lì per lì col pensiero dell’abito per non incorrere nella contemplata scomunica; quindi, posato con dolore e rincrescimento sulla tavola il bicchiere che già portava in mano, ma che non aveva ancora avvicinato alla bocca; immaginando di veder colà dritto, sulla porta del Bar Nuoro il temuto fantasma, il quale sembrava guardarlo sardonicamente di sottecchi e di sotto la gronda d’una bicicletta spelacchiata e consunta, gli squadrò ambo le ficche, con ,,uh chi ti sicches!“ cosi formidabile, da far tremare, rinfiancato dal consenso degli amici che già bevevano ed assaporavano il vino ridendo, i bicchieri ed il resto.

...Oltre che con il Muschittu, il quale fu anche un tempo l’antico factotum dello storico Caffé della Posta, e si dilettava coll’ insistenza d'uno spillo a raccogliere — scovandogliele qua e là — le notizie più particolareggiate ed intime, fra cui qualche innocua sbornietta o serenata fatta segretamente da lui col violino (uno stradivarius autentico ché conoscendo da tempo i vellicamenti dell’arco e le pieghe del sentimento l’ aveva condotto fine a quella sua immortale composizione ,,Da Onanì a Siligo“), si scagliava giustamente contro tutti gli osti ed affittacamere del genere di quello da noi descritto.

Mandato pertanto in ultimo e come vedesi a casa del diavolo il sonno, senza degnarlo neppure d’uno sbadiglio di un altro qualsiasi segno di stanchezza, ché si ritemprava indicibilmente come una salamandra al fuoco, fece lì ancora, andando per la stanza, col passo voluto e indicato, chè si trasformava e metamorfosava a piacere; sollevando per la sincera imitazione una spalla troppo pesa, mentre abbassava contemporaneamente ed in corrispondenza l‘altra coll’allungare la mano penzola oltre il ginocchio, il temperinaio ed coltellinaio di Campobasso: cosa a cui, per certi suoi piacevoli motivi più o meno giustificati, non rinunziava mai...

E ne divertì un mondo cogli ispettori centrali suoi superiori — commendatori cavalieri e grandi ufficiali — di cui riusciva sempre, tutte le volte che accadeva, a disarmare le intenzioni prave ed il preconcetto con una semplice barzeletta e muso di lepre; e con una serqua di vocaboli veri, ma cosi difficili e nuovi, da far perdere a quelli, in tutto e in una nascente perplessità, l’orizzonte ed il Polo. A Roma non s’era mai visto un uomo cosi perfetto ed in gambe!...
Cosi anche, disegnato sul muro e col carbone un suo porcellino dalla coda attorcigliata; già messo in posa attraverso la soglia d’una casetta rustica; dedicato nel disegno spontanéo e per la parte migliore al ministro Gentile, fece e disse tanto quella sera, fissando e inter- rogando ogni poco quel codino cosi ragionante ed animato


sotto le sue parole, che parecchio di quell’eccellente vino, già portato alle stelle dinanzi al suo produttore, risalì dallo stomaco per la gola e fino al naso ed agli occhi dei compagni i quali, non potendone più assolutamente e cadendo riversi e di colpo sulle seggiole, si contorcevano come tante serpi, senza più reni, abbandonandosi ad un sussulto e a un dirò quasi nuovo ballo di San Vito.
...Inchiodati al solito posto, e passando con buon umore da una cosa all’altra, scoccò finalmente il mezzodì del giorno appresso: santa Maria della Neve, attraversando dall’ alto e con un suo squillo velato gli strati candidi di quel vasto lenzuolo, nonché l‘aria tutta inciprignita e piena di abbondanti promesse di gelo, ne aveva dato fin là il tenue e lenissimo annunzio...
...0ggi Frate Sole non é più, come non sono neppure più col loro vino i Sette Fratelli del buon tempo antico. Si sa bene: al mondo ogni cosa cambia, e guai a colui che non s'invértisce, andando magari, come Frate Sole andò e prima del tempo, all'altro mondo!

L’ atto finale.

...Di codesto spirito vivace e bizzaro, singular- mente unico ed inimitabile, il quale dette incontrastabilmente colla sua anima l’impronta ad un’epoca, senza che di questa si sia perduto o s’abbia a perdere un ette; ricordatissimo tra noi, come anche in tutti quei paesi dove passò e si trattenne, é doveroso, trasmessa ormai la sua fotografia in tutte le sue mosse e momenti, e poiché ne abbiamo tanto parlato in cosi breve spazio, che si dica ancora di lui, prima di por termine a questo nostro cenno biografico, qualche cosa d’altro, senza, s’intende, offenderne la memoria, ma presentandola luminosissima intiera e come dev’essere al buon pubblico.

Messo qualche volta in capo un tubino alla Ramaz- zotti, con un panciotto stretto ai fianchi e minacciante ognora di far saltare i bottoni che mal reggevano gli sforzi del ventre; od indossato diversamente e con più indovinata eleganza un altro cappellaccio a larghe tese; buttato sul braccio a mo’ di toga un suo impermeabile a cappuccio, strisciante e rasentante qualcosa il suolo, come soleva pure fare per svago un suo amico avvocato ed in vacanza; non abbandonati mai né un sol memento in saccoccia quei noti esemplari del Pentateuco, tra cui facevan spesso capolino un sedano ed un finocchio cimati: non per altro motivo, intendiamoci, ma solo per la spiegazione socratica della semente e sua riproduzione, faceva ancora convenientemente, destando una certa invidia bontonistica da sala, le sue comparse ufficiali in pubblico e in tutti i mondani ritrovi.


Stanco in ultimo della sua vita randagia e solitaria, chè non tutte le cose gli andavano secondo i suoi desiderii, frequentava a Nuoro — e ciò per trovar della gente con cui poter discorrere — i cosidetti alberghi di lusso.

Qui signor’Anna Noffer la tedesca, la quale gli fu in tutti i tempi sorella madre e consigliera, apparecchiandogli un posticcino d’onore accanto alle autorità politiche e gallonate del paese, le quali lo apprezzavano e lo stimavano moltissimo, gli permetteva di sbarcare comodamente, a prezzi ridotti e di favore il lunario; e ciò, notisi, anche dopo le innovazioni introdotte agli stipendi; innovazioni che, secondo lui e non a torto, andando più in là d’un magrissimo piatto di fagioli, d'una insalata di ravanelli alla Petella, o di un stinco di carne congelata, non gli avrebbero mai permesso, neppure per ischerzo, una pensione qualsiasi né un modesto trattamento alla carta.
Ciò che posso dirvi con sicurezza é questo: che se tanto al Savoia che all'ltalia, già considerati allora in piena efficenza d'avventori, fosse mancato lui, lui che per tutti quei luoghi era come il deus ex machina e 1’ uomo che aveva per entrambi i siti l'ubiquità di sant’Autonio, si sarebbero senz’altro spenti i lumi o chiusi i battenti per troppa ciassica musoneria.

Era, insomma, l’anima di tutte le cose; talchè crediamo di non andare punto errati dicendo che, ove fosse mancata una sol volta la sua presenza, non si sarebbe più fatto un pranzo in regola, nè compìuta una digestione come Dio comanda.
Poteva considerarsi come il dominus in laetitia; e comechè gli anni gli si addensassero sulla schiena, sì da farlo comparire un po’ invecchiato mentre non lo era, non lasciava il nostro artista, semprechè lo poteva e ne aveva l'opportunità, di rievocare i tempi che furono, e di far valer sempre, con un repertorio inesauribile e una freschezza sincera di colorito e di frasi, il suo ammirabile ingegno: la qual cosa, data la sua forte e sostanziale versatilita d’animo, ce lo tramanderà certamente, più di quello che possano fare queste nostre pagine, alla posterità.
Se l‘arte consiste, come abbiamo ragione di credere, nel rilevare nel modo più acconcio ed eminente il soggetto, senza fronzoli, stiracchiature o paroloni; copiature enfatiche per parer belli, ecc., egli valeva — e non sbagliamo affermandolo — per cento di quei soliti poeti a celere gonfiatura, — nonché per altrettanti di quei professoroni impancati alla Bianchi, i quali poveretti, non possono né potranno mai, ad onta degli sforzi e dei rigurgiti, avere altro di sodo nel cervello che il bollino d'una miserabile laurea!

E volete che non avesse un grande e superlativo valore costui? L’ uomo che scrisse per le sue esequie il discorso e la marcia funebre da suonarsi


lui spento per le vie di Nuoro? Allorchè qualcuno, designato espressamente quale suo esecutore testamentario, posando con un rimbombo tombale il cappello sul suo feretro, avrebbe proferito, come incominciamento delle cose e per restar meglio in carattere, la celebre frase: ,,liete arrideanle le speranze!“ fra la commozione gli scompisciamenti ed il pianto generali?...
Un uomo siffatto... che scherza e vuol ridere dopo la sua morte; che scrive tra le sue odi strabarbare i versi per Fileddu ed il Neo di Stefanina, nonché tra i molti componimenti sperduti o trafugati quell’ altro sul Dazio consumo, dov’entrano in funzione oltre che il Burchiello alcuni altri personaggi trattati da lui al vero e con una verve sorprendente, non può rappresentare, come molti miseri mortali, un semplice numero ed un foglietto d’anagrafe per il becchino.
Per me, sia ch’ egli si vesta da frate od in borghese,; che intraprenda, contati i soldi, dei viaggi di piacere in Italia o all’ estero e fino a Tunisi, indossando il barracano dell’ arabo o il fez del Turco, resta e resterà sempre scolpito come il tipo più intelligente e raro che abbia avuto, nel vero senso della parola ed in questi ultimi tempi, la città di Nuoro.
Godette e concepì la vita nella sua vera e non larvata idealità. Nei momenti lucidi di passione, quando questa si riscaldava al sole, era, come dicevo, d’un fascino irresistibile; senza mai s'intende, collocarvi, come tant’altri, l’intrusione d’alcuna bugiarda scuola o maniera.
Qualche volta, anche quando sembrava cadere nel- l'avvilimento o nell’ipocondria che lo rendeva qualcosa temibile all’aspetto, ringiovaniva e rientrava dirò cosi nel suo naturale mimetismo, allorchè Nanneddu Veracchi, uno dei suoi più cari amici ed il più fedele interprete di quel suo inno ,,Sa bida“, glielo cantava ancora — nelle ore piccole — sotto il balcone incipollato dell’ Americana, dove spesso, credendosi nel tutto dimenticato, si affacciava a contemplare il corso...; e dove anche, servendogli

frate sole 58 a tavola

opportunamente quel sito inesplorato da ripostiglio segreto per ogni sua piccola cosa o provvista, soleva pure istoriare


ed affrescare gli stipiti — messa avanti per i contemplativi riposi una sedia curule — con dei visini di monache e con quant’altro, riacceso il fuoco della fantasia, gli ricorreva alla mente o toglieva, con due soli colpi inspirati, alla tavolozza che teneva ivi appesa, e di cui si valeva in tutte le occasioni come della propria armatura l’eroe del Cervantes.
Ed è proprio in codesto declinante periodo della sua vita che, attaccato un’altra volta al cavicchio il tubino o capellaccio, il quale in un modo o nell’altro destava sempre l’ entusiasmo dei commensali per la sua forma antiquata ed ultrartistica, elaborava, a pranzo consumato e finito, con in mano una pipa napoletana a canna interminabilmente lunga, e nell’altra un bicchiere offertogli dagli amici, tra le ombre chinesi e gesticolanti di quel suo predicatore in cotta e stola, il canto carnescialesco intorno a ,,Cecco e Rosina“.

Oppure, trovandosi davanti a una tavola sparecchiata in faccia alle bucce d’un mandarino spugnoso od ai resti intrattabili ed indigeribili di qualch‘altro torsolo; distesi i piedi ben calzati nei sandali, sentenziava, con una reminiscenza pratiana ad hoc, mentre la sala si affollava per il Dencing da una parte e il cascherone dall'altra; col braccio armato e disteso verso l’udienza che applaudiva, e come se volesse così por termine e mettere assennatamente e con un calcio un punto alle cose che vedeva ingrossare e precipitare in quel suo ultimo curriculum vitae:

 

”Progenie impoverita,
che cerchi un ben lontano;
nella mia rosea mano
é il nappo della vita!...“

 


Francesco Ganga Cucca ritratto di Congiu Pes

Le seguenti note sono tratte da: http://www.cuoredellasardegna.it/distrettoculturaledelnuorese

Francesco Ganga Cucca - "Maestro Predischedda"

Nuoro, 25 marzo 1867 - 1 dicembre 1924

Non è semplice definire la figura di Francesco Ganga Cucca, noto a colleghi e studenti con il soprannome di “Maestro Predischedda”. Molta “letteratura”, scritta e soprattutto orale, ne ha alimentato una certa tipologia di mito, che lo accomuna per alcuni aspetti a un personaggio altrettanto scapigliato e outsider quale il pittore autodidatta, nonché amico, Francesco Giuseppe Garibaldi Congiu Pes. A differenza di questo, tuttavia, Ganga Cucca godeva di un maggiore riconoscimento sociale, in virtù degli studi e della professione di insegnante; e ciò a dispetto di una didattica poco “ortodossa” (eppure un tempo sostanzialmente tollerata) che oggi troverebbe assai pochi estimatori (secondo alcuni il soprannome “Predischedda”, ovvero “Pietruzza”, derivava dall’abitudine di fare inginocchiare sui sassolini gli studenti più indisciplinati; per altri, invece, ne metteva semplicemente in luce la fisionomia tozza e tarchiata).

Generazioni di alunni sono passati nelle classi di questo singolare pedagogo, alcuni dei quali destinati a futuro successo: come il pittore Carmelo Floris, di cui aveva immediatamente intuito e incoraggiato il peculiare talento artistico. Tra i colleghi che lo onorarono della propria stima ci fu Menotti Gallisay – figlio del possidente don Gavino e fratello del musicista e compositore Priamo – che nel 1927 lo rese addirittura protagonista del volumetto Frate Sole e i Sette Fratelli.

In questo testo narrativo sugli intrattenimenti “bacchici” del capoluogo barbaricino – il cui soprattitolo è, non a caso, I vini di Nuoro – Ganga Cucca vi compare per l’appunto nelle vesti di Frate Sole, anima della compagnia di buontemponi che era solita radunarsi in una casetta dell’antico rione di Cuccu Bajos, nella corte detta di Sos Sette Fochiles, dove le gelide serate e nottate invernali nuoresi venivano riscaldate da abbondante e buon vino e da una conversazione tanto dotta quanto goliardica; un’usanza, questa, non disdegnata nemmeno dal poeta-vate Sebastiano Satta e dallo stesso Congiu Pes, che oltre a ritrarre il sodale in un noto disegno in cui appare intento ad accendersi la pipa, arricchì con delle illustrazioni a china proprio il volumetto di Gallisay. In questi come in altri ritrovi, “Maestro Predischedda” aveva modo di dare sfoggio della vivacità e della bizzarria del suo spirito, e specialmente del suo spiccato senso del ridicolo e del grottesco, che non risparmiava nessuna classe sociale e, assai filosoficamente, nessun argomento riguardante l’esistenza umana.

Una versione tanto piccata quanto accorata della sua figura è stata consegnata alla memoria letteraria anche dal giurista e scrittore Salvatore Satta: Il giorno del giudizio (1977) si anima difatti anche della presenza di “Maestro Manca detto Pedduzza”, tratteggio indimenticabile di un uomo in cui il vizio del bere (peraltro affatto esclusivo) si alterna alla virtù della cultura, mentre gli sfottò degli abituali frequentatori del Caffè Tettamanzi si confondono con l’ammirazione degli alunni più riottosi nell’udire il suono commovente della chitarra pizzicata in classe dall’insegnante.

Anni prima, un altro giurisperito e appassionato di cultura sarda, il penalista Gonario Pinna, nel compilare la sua Antologia dei poeti dialettali nuoresi (1969) si sarebbe rammaricato di non avere che pochi cenni da inserire a proposito di Ganga Cucca, da lui definito «un irregolare, un originale, un bohémien, uno scapigliato in un paese di pastori», e infine, senza mezzi termini, «un artista», i cui versi di improvvisatore erano purtroppo destinati a vivere prevalentemente nella dimensione estemporanea dell’oralità. Poco o nulla si è difatti salvato dall’oblio: tra queste prove, il famoso componimento Zia Tatana Faragone (una vera e propria ode al vino dal popolarissimo incipit: «Sa bida la professo/ Chin d’una dimizzana») e l’Omaggio all’Albergo Savoia di Nuoro, che quasi fa andare la memoria al Trionfo di Bacco e Arianna composto alla fine del Quattrocento da Lorenzo dei Medici detto il Magnifico: diciassette sestine di novenari imparisillabi (quattro versi in rima alternata,quinto e sesto in rima baciata) la cui chiusa – inneggiante al «Savoia», appunto – è un’esortazione all’allegrezza da godere in un contesto cittadino non troppo dissimile dall’antico Caffè della Posta (ovvero il Tettamanzi).

Tra le altre cose, Ganga Cucca viene ricordato tra i fondatori e gli animatori del Carnevale nuorese, per il quale adattò a travestimento il suo loden fuori misura cingendosi in vita un cordone da tappezziere che lo faceva somigliare a un monaco vestito del suo saio. E fu, non da ultimo, amante della musica, suonatore di chitarra e di violino, compositore di serenate, di ballabili e… di marce funebri: come quella che venne suonata dalla Filarmonica nuorese diretta da Peppino Rachel in occasione del proprio funerale, conferma ultima non tanto di un temperamento originale e sopra le righe, quanto di un’indole autoironica capace di porsi con leggerezza epicurea su tutte le vicende riguardanti l’essere umano.

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Massimo Zara

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