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Giovedì, Aprile 26, 2018
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Mastru Predischedda Mastru Predischedda Un disegno di Francesco Congiu Pes

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notava anche qui esposto, ad un onesto uscio rusticano, un trofeo sempre verde. Ebbene, trovato quel luogo e dato l’annunzio della primizia alle consapute schiere, si andava tutti colà a ricevere a gara il sacro battesimo e l’olio santo della vita!…
Quella casa benedetta, pur non essendovi più quel suo vino ch’era allora il migliore, sussiste sebbene trasformata in parte: di essa si conserva ancora un fondaco – quello stesso - ; ed io credo che la forza dei ricordi – quello soltanto – ne abbia impedito la completa demolizione od atterramento in quest’aristocratica e qualche volta antiestetica febbre del nuovo.
Vivevano allora – non occorre ripeterlo – delle compagnie così allegre che, alternandosi ininterrottamente o cedendo il posto le une alle altre, se pure fuse insieme non si univano simpaticamente in lega o corporazioni, occupavano a quel modo – non a quel modo soltanto – il loro tempo. Epperò, entrati ed affacciati appena su quella soglia, sotto una catasta di legna che serviva di tettoia ed arco all’ingresso, si vedeva allora, fra le tante malìe che ne attiravano, un guizzo d’anima, una bellezza di fanciulla oggi tramontata, ma di cui resta sempre vivo e carissimo, benchè lontano, il ricordo!
La chiamavano tutti, con voce dialettale, Jubannedda ‘e zia Jubannamissenta; e codesta vergine che assisteva là dentro cogli occhi sempre bassi e con un’abbozzatura di sorriso ineffabilmente pudico, si avvicinava essa stessa da sola, difesa esclusivamente dal rispetto che ne infondeva il suo candore, a quella fonte di sovrumana beatitudine, di cui era modestamente, con un certo tralucente orgoglio la dispensiera.
Quindi, lasciandone soli dopo averne serviti (non soli veramente, ma cogli sprazzi di quella luce che durava lei assente nel vuoto della stanza e del cortile, chè non tutto trasportava con sé la sua bellezza), riprendeva vicino al fuoco, sotto l’incannuciata nera, nella cucina che si riempiva tosto e nuovamente di tutto il suo respiro, la rocca bianca ed il fuso. Con questo alacre e diuturno lavoro, non più continuato né ripetuto oggi, la fanciulla dei nostri tempi – la quale ben potrebbe servire d’esempio a tutte quelle che seguendo spudoratamente la moda schifano l’orbace e la benda – accudiva, come certe regine descritte nei romanzi fiamminghi, a tutte le facecnde della casa e al resto.
Quegli anni non ritorneranno mai più come ho già detto; eppure quel quadro rimane e rimarrà vivo e indelebile nel tempo, senza che il tempo, il quale logora facilmente ogni cosa, possa in alcun modo facilmente distruggerlo.
Dunque e sempre il vino che, messa la frasca diodisiaca all’uscio, ci richiama al passato con una gradita e brillante associazione d’idee.


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Massimo Zara

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