Non so se riuscirò mai a superare questa esperienza linguistica senza un buon bicchiere di vino curativo e una sessione intensiva di terapia lessicale.
Recentemente, infatti, ho assistito a un momento che definire tragico per la lingua italiana è riduttivo: un vero e proprio colpo basso a chi non chiede altro di parlare, ed ascoltare, un italiano normale.
Già provato sotto i colpi del famigerato "piuttosto che" usato in modalità disgiuntiva – perché, evidentemente, “oppure” non è abbastanza figo per alcuni, ho subito una mazzata da cui, forse, non riuscirò a riprendermi. 
 
Immaginate me, spettatore innocente, davanti a un TG nazionale. Nel servizio si parlava di PMI, (le Piccole e Medie Imprese italiane), pilastro della nostra economia. Ecco che la giornalista – con la stessa disinvoltura di chi butta l’ananas sulla pizza – se ne esce con un glorioso: "PMAI".
 
Sì, avete capito bene: ha inglesizzato l’acronimo come fanno quelli che pronuciano "PLAS" al posto di "PLUS" (altra situazione che crea depressione interna in chi la ascolta). Il povero PMI, piccolo acronimo italiano, che per anni ha vissuto pacifico tra noi, pronunciato all’italiana, ora giace ferito e storpiato, chiedendosi cosa abbia fatto di male per meritarsi tutto questo.
 
Per concludere, la lingua italiana è sotto attacco. E a quanto pare, lo è anche il nostro amor proprio.
 

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