Tre ore e mezza in sella. Barbagia, cuore di Sardegna.

Alle nove e trentacinque di mattina, in un sabato in cui Nuoro inizia la mattinata nella luce bassa di un maggio nuvoloso, il vecchio Guzzi V50III prende vita.

Non è la potenza che mi sveglia, che poi... non mi interessa per niente. E' il suono che mi fa godere, quel singolare ed unico battito bicicilindrico trasversale che nessun motore al mondo sa imitare. Faccio il pieno e mi avvio: nessuna meta, nessun orario, nessun GPS da seguire. Solo le strade della mia Barbagia.

La Barbagia non è un luogo qualunque. È il cuore montano della Sardegna, una regione che ha resistito ai Romani, ai Cartaginesi e alla modernità. I suoi paesi sono custoditi da foreste di sughere e lecci, le strade si arrampicano tra graniti millenari e valli dove il silenzio ha ancora un peso. Per chi viene da fuori, è un viaggio fuori dal tempo. Per chi ci vive, come me, è la terra che ci entra dentro ogni giorno, che è tutta da esplorare e la moto e la bici sono il modo migliore per sentirla davvero.

La prima tappa è Mamoiada, paese famoso in tutto il mondo per i Mamuthones, le maschere rituali del Carnevale sardo: figure silenziose coperte di pelli di pecora nere e cariche di campanacci che sfilano con un passo ipnotico antico di secoli. Il museo delle maschere mediterranee, qui, raccoglie un patrimonio antropologico che non ha eguali in Europa. Ma stamattina Mamoiada scorre via silenziosa, ancora assonnata, mentre il mio V50III scalda i cilindri sui tornanti in uscita dal paese in direzione Correboi. La foto (l'ennesima) presso il monumento alla maschera è qualcosa a cui non riesco a resistere.

Si sale. La strada verso il Passo di Correboi è uno di quei percorsi che i motociclisti conoscono e custodiscono come segreti: curve che si avvolgono sui fianchi del Gennargentu, panorami che si aprono all'improvviso tra i pini e i lecci, e un fondo stradale che invita a trovare la traiettoria perfetta. Questa volta non mi fermo a visitare le tombe di giganti di Madau, vado, salgo, spingo il motore. Arrivo a Correboi. In lontananza l'Ogliasta con il picco di Perda Liana nel ruolo di grande ambasciatore della Montagna.

Il passo, a circa 1200 metri di quota, segna uno dei valichi più alti e più suggestivi della Sardegna interna. Una settimana fa ero qui con gli amici del Calincontro del Flumendosa di Anima Guzzista, in sella al California 1100 EV — una macchina nobile, pesante e potente, regale, fatta per viaggiare in coppia con molti bagagli. Oggi il V50III è un'altra poesia: è leggera, è vivace, è sinuosa nelle curve come un animale giovane nonostante i suoi 50 anni suonati. Stesso passo, stessi luoghi, ma due anime completamente diverse.

Da Correboi sono sceso verso Fonni, il paese più alto della Sardegna, a oltre 1000 metri. Fonni è una porta d'accesso al Gennargentu, simbolo delle cime d'argento, quando nevica e il bianco si sparge anche di notte in presenza della luna piena. D'estate è il punto di partenza per escursioni verso Punta La Marmora, il tetto dell'isola a 1834 metri. Ma anche in primavera, con i pascoli ancora verdi e l'aria che sa di resina, Fonni ha un fascino austero e potente.

La tappa che mi sorprende di più è Lodine. Piccolo paese, poche anime, ma qui hanno eretto un monumento a Luigi Riva — Rombo di Tuono — il più grande centravanti della storia del calcio italiano, sardo di adozione, simbolo indissolubile del Cagliari e di un'intera isola. Vedere la sua figura celebrata in un paesino di montagna racconta qualcosa di profondo del carattere sardo: la fedeltà, la gratitudine, il senso dell'identità. Merita una sosta e uno sguardo, oltre ad un GRAZIE al Comune di Lodine per aver avvallato questa iniziativa.

Poi Gavoi, con il suo lago di Gusana, che rispecchia le rocce granitiche. Poi Sarule, Orani — paese natale dello scultore Costantino Nivola, che emigrò negli Stati Uniti e divenne amico di Le Corbusier e di Saul Steinberg, portando la Barbagia nelle avanguardie del Novecento. Ancora Oniferi. E infine, il ritorno a Nuoro.

Sostanzialmente tre ore circa di strade interne per 116 km di pura poesia. Nessuna spiaggia, nessun porto, nessun resort. Solo la Sardegna vera, quella che i turisti raramente vedono e che merita invece di essere scoperta lentamente, curva dopo curva.

Chi viene in Sardegna per il mare fa bene — le nostre coste sono tra le più belle del Mediterraneo. Ma chi si avventura nell'interno, in Barbagia, trova qualcosa di più raro: un'autenticità che non si è mai preoccupata di piacere a tutti, la si deve prendere così com'è. E se la percorriamo in moto, su un Guzzi qualsiasi — meglio se vecchio, meglio se piccolo — quella autenticità ci entra nelle ossa a ogni curva.

Niente, davvero niente, potrà mai superare questa sensazione.

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