Il Pentagono ha annunciato che l’eventuale esecuzione di Nidal Hasan sarà trasmessa in diretta streaming. Hasan ha commesso un crimine gravissimo e nessuno discute sul dolore delle vittime e delle loro famiglie. Ma proprio per questo la notizia lascia sconvolti.
Lo Stato che punisce non dovrebbe mai somigliare a chi viene punito. Quando un’esecuzione diventa un evento da guardare in rete, la giustizia lascia il posto allo spettacolo. La frase del segretario alla Difesa Pete Hegseth, secondo cui "la gente deve capire che questo genere di cose comporta gravi conseguenze", è rivelatrice di quanto la società si stia progressivamente allontanando dai livelli di civiltà raggiunti dalla Rivoluzione Francese in poi. Non stiamo parlando di giustizia o di dolore delle vittime, ma di un messaggio rivolto a un pubblico, in questo caso gli elettori statunitensi; per assumerne il consenso accettiamo che la morte di un uomo diventi uno strumento di comunicazione politica.
L’argomento della deterrenza, poi, non regge - negli Stati Uniti è un discorso vecchio - infatti, non esistono prove convincenti che la pena capitale scoraggi i crimini più gravi, e difficilmente lo farà una trasmissione in streaming.
Diventa semplice quindi fare il confronto con le esecuzioni pubbliche che si fanno solo in paesi come l’Iran o la Corea del Nord. Per una democrazia - gli USA - che si presenta come faro dei diritti, è una compagnia imbarazzante.
In Italia si è scelta un’altra strada: la Costituzione (art. 27) stabilisce che non è ammessa la pena di morte. Non perché i colpevoli meritino indulgenza, ma perché uno Stato civile si misura anche dai limiti che si impone nel punire. Ridurre un’esecuzione a contenuto da trasmettere in TV non è fermezza: è un passo indietro culturale che ci coinvolge tutti.

